Monday, October 7, 2013

L'Arte della Sopravvivenza in Mare

Chi naviga dovrebbe sempre tener presente la possibilità del naufragio e, soprattutto, chi vagabonda per mari lontani dovrebbe imparare a cavarsela da solo, in tutti i casi di emergenza, sia in mezzo al mare che su un'isola o una zona deserta; ma anche chi percorre rotte vicine, può trovarsi in situazioni drammatiche nelle quali la sopravvivenza dipende dalla capacità di saper fare, presto e bene, quel che si deve. I marinai raccontano, con grande rispetto, di quelli che sono stati capaci di sopravvivere e di tornare a casa, da soli, dopo un naufragio nel quale avevano perso tutto, fuorché il coltello a serramanico.

A parte la evidente convenienza del prepararsi alle emergenze, sviluppare le nostre capacità di sopravvivenza può essere di per sè uno dei tanti modi per godersi la vita in barca. 
Imparare ad accendere il fuoco senza fiammiferi, o distillare l'acqua di mare con il calore del sole, è divertente e può essere piacevolmente utile, persino in molte circostanze "tranquille".

Ma, per quanto si possa essere ben preparati, in navigazione si dipende sempre da mille variabili, affidate inevitabilmente al caso e alla fortuna. Quando ci si allontana dalla terraferma ci si rende conto che, in qualche modo, si sta giocando il tutto per tutto.

Si dice che l'arte marinaresca richieda la capacità di prevedere l'imprevedibile. In effetti l'esistenza stessa richiede questa capacità, ma nella vita "terrestre", spesso monotona, ce ne dimentichiamo volentieri; il mare invece ce lo rammenta in continuazione, con molta efficacia. Tuttavia, la sensazione di avere il pieno controllo della situazione è una delle più fallaci e più pericolose, in barca.

L'esperto marinaio si distingue dal principiante incompetente, anche dal fatto che ricontrolla tutto, di tanto in tanto, tranquillamente, ma con molta attenzione. Chi naviga spesso sa perfettamente che non può fidarsi troppo delle informazioni che provengono da una sola fonte. Per cui darà un'occhiata al motore ed alla sentina, anche quando gli strumenti non segnalano niente di irregolare; controllerà la posizione indicata dall'elettronica, confrontandola con la posizione stimata (che ricava dal contamiglia e dalla bussola) e girerà per il ponte, accertando che tutto sia in ordine (in particolare le coppiglie ed i perni del sartiame) e qualche volta salirà in testa d'albero a verificare che anche lì tutto sia a posto.

In mare è bene "tenersi su i pantaloni con cinta e bretelle". Infatti i guasti imprevisti a bordo sono molto frequenti, specialmente su barche vecchie e malandate o su quelle di cattiva qualità, e soprattutto durante il brutto tempo, che mette cose e persone a dura prova.

A bordo possono crearsi falle perché i materiali con i quali è costruito lo scafo cedono (per usura, ossidazione o errori di progettazione), oppure perché la barca ha urtato contro qualche cosa di solido (scogli, altri natanti, relitti, iceberg, o grossi cetacei). 
Lo sfondamento dello scafo causato dalla forza delle onde non è impossibile, ma è davvero molto raro per le imbarcazioni costruite con un minimo di buon senso.

Però nelle burrasche supreme, nei cicloni tropicali e nei tifoni, in effetti, una barca può essere distrutta anche dall'acqua. Questo avviene, in genere, quando la barca, sollevata da un grosso frangente, viene trascinata a forte velocità per qualche decina di metri, per essere poi rigettata nel cavo dell'onda, traversata rispetto alla direzione del movimento. L'impatto della vulnerabile fiancata con l'acqua - praticamente ferma rispetto al rapido spostamento del frangente - può essere così violento da sfondare anche scafi abbastanza robusti.

Comunque, se uno skipper programma coscienziosamente i suoi spostamenti non naviga durante le stagioni dei cicloni e sceglie i periodi meteorologicamente migliori ed ha, quindi, pochissime probabilità di incappare in una burrasca suprema, così poche quante ne ha di incontrare un terremoto o un maremoto.

Considerata la strabiliante evoluzione dell'elettronica, probabilmente presto saranno disponibili sofisticati ecoscandagli orientabili, o sonar, economici, pratici e di ridotte dimensioni che potranno essere installati anche su piccole imbarcazioni. Per il momento, tuttavia, l'urto contro un relitto, un iceberg affiorante o un grosso cetaceo è un rischio inevitabile.

Soprattutto di notte è impossibile scorgere una balena addormentata oppure un container pieno, o un relitto che galleggia a pelo d'acqua. Le uniche prevenzioni possibili in questi casi sono la robustezza dello scafo e la sua inaffondabilità. Le barche di acciaio (chiamato più comunemente ferro) hanno dimostrato più volte di saper superare collisioni anche terribili e le imbarcazioni inaffondabili, come i pluriscafi, offrono ricovero e provviste all'equipaggio, anche se molto danneggiate o capovolte.

Le falle più frequenti non causate da urti o collisioni si producono negli scarichi e nelle prese a mare del pozzetto, della toilette, del motore, ecc. Si tratta generalmente di piccole perdite e possono essere riparate abbastanza facilmente. Quindi, se vi accorgete che state imbarcando acqua, cominciate sempre con il controllare gli scarichi a mare.
Lo stucco da vetraio, plastico, impermeabile e resistente all'acqua, è un antico metodo per tappare provvisoriamente, dall'esterno, delle vie d'acqua, soprattutto crepe o fessure. Costa poco e si trova in tutti i paesi del mondo; abbiatene sempre, quindi, qualche chilo a bordo. Comunque, tenete presente che, praticamente, qualsiasi polvere, mescolata con qualsiasi grasso, fornisce uno stucco utilizzabile per riparazioni di emergenza.

Quindi il cemento a presa rapida, impastato con il grasso o da solo, può risolvere molte situazioni difficili ed è utile anche per molte altre cose; è bene averne parecchi chili a bordo di una barca destinata a lunghe navigazioni.
Esiste una resina epossidica che fa presa anche sott'acqua, in pochi minuti; costa molto cara, ma è veramente utile, soprattutto per le infiltrazioni intorno all'asse dell'elica o del timone, ed in molti casi di emergenza. Può essere usata, per esempio, per incollare dall'esterno un pezzo di tela impermeabile su un'ampia crepatura o spaccatura dello scafo.

Tela, fogli di plastica, cuscini, stracci, tavolette, possono essere incastrati anche dall'interno nelle falle per arrestare o almeno rallentare l'afflusso dell'acqua. Naturalmente - se è possibile - è sempre meglio sistemarli dall'esterno, perché così la pressione dell'acqua contribuisce a tenerli aderenti e possono essere sigillati con grassi, stucchi, cemento, resine o siliconi.

Nonostante tutte le possibili precauzioni, la preparazione coscienziosa e quant'altro, qualsiasi marinaio può ritrovarsi, un giorno, su di una zattera di salvataggio...


MANUALE DI SOPRAVVIVENZA

Il miglior manuale di sopravvivenza in mare, che sia mai stato scritto, è, a mio avviso, "Naufrago Volontario" di Alain Bombard. Non solo perché contiene molte informazioni e notizie utili, ma soprattutto perché mette bene in evidenza e dimostra in maniera inconfutabile che su di una zattera si può sopravvivere, a tempo indeterminato, traendo dal mare stesso i mezzi di sussistenza.

Questo fatto era generalmente misconosciuto, prima che Alain scrivesse il suo libro, anche tra gli uomini di mare, pur se era ampiamente dimostrato dai tanti naufraghi sopravvissuti per mesi su mezzi di salvataggio o relitti. Per renderlo di pubblico dominio, quest'uomo coraggioso ha compiuto la strepitosa impresa di attraversare l'Atlantico su un canotto pneumatico, senza usare i viveri e l'acqua che aveva, sigillati, a bordo.

L'altro prezioso contributo che Bombard ha donato alla causa della salvaguardia delle vite in mare, è stato il farci prendere coscienza che i naufraghi muoiono molto di più per lo choc e lo scoraggiamento, che non per effettive cause concrete, quali l'affogamento o la fame e la sete. Ecco quindi un altro ottimo motivo per cercare di essere sempre, anche psicologicamente, preparati all'idea del naufragio per non soccombere allo spavento che evidentemente uccide molto più del mare.

Tutti i marinai possono ritrovarsi, all'improvviso, a dover interpretare la parte del naufrago. Essere preparati a questa eventualità può costituire una differenza di vitale importanza. La stanchezza dell'equipaggio può essere la causa determinante di gravi incidenti e molti principianti non se ne rendono conto; infatti arrivano, spesso e volentieri, ai limiti delle loro risorse. I marinai esperti, invece, amministrano sempre con molta cautela le proprie energie, riposando o dormendo tutte le volte che possono, ben sapendo che il brutto tempo o l'emergenza arrivano quando meno te l'aspetti e se ti colgono sfinito, saranno molto più pericolosi.

Naturalmente la responsabilità è sempre dello skipper che deve saper distribuire saggiamente i turni di guardia, rischiando anche di rendersi impopolare, riposandosi più spesso degli altri. Ma se la situazione meteorologica si deteriora o se c'è bisogno di un intervento di emergenza, sarà lo skipper a dovervi far fronte e, se è stanco, sono guai per tutti.

Soprattutto quando arriva il brutto tempo nessuno andrebbe mai a dormire. Stare dentro, con la barca che salta sulle onde come un cavallo impazzito, non è affatto piacevole, specialmente per chi soffre il mal di mare; ma bisogna riuscirci, facendo ricorso se necessario, tempestivamente e senza vergognarsene, ai farmaci (vi ricordo lo Stugeron, oltre ai cerotti da applicare dietro le orecchie, a base di scopolamina e la Xamamina e simili, a base di antistaminici).

È davvero sconcertante constatare come quasi tutti pretendano di non soffrire il mal di mare e quasi tutti si rifiutano di prendere qualche cosa per prevenirlo; per ridursi poi a vomitare l'anima dopo qualche ora di navigazione dura, creando mille problemi per sé e per gli altri. Capisco che è seccante dover prendere farmaci, con i loro sgradevoli effetti collaterali; ma rischiare di avere il mal di mare è senz'altro peggio.

Stabilito, quindi, che anche l'atteggiamento psicologico è di fondamentale importanza per la sopravvivenza e merita particolare attenzione, cominciamo a esaminare ora gli aspetti più pratici iniziando dai meno conosciuti.

Sempre da Alain Bombard abbiamo appreso che bere un poco di acqua di mare, sin dai primi giorni dopo il naufragio, può aiutare molto a evitare la disidratazione. 
Per molti marinai questo è uno dei più terribili e antichi tabù. In effetti se un naufrago semidisidratato, dopo aver passato qualche giorno in una zattera, sotto un sole cocente e senza aver mai bevuto nulla, manda giù anche un solo sorso di acqua salata, morirà rapidamente per nefrite e questo spiega la ragione del tabù, tramandato da tante generazioni di marinai. Ma Alain ci ha dimostrato, sperimentandolo lui stesso, che bere fino a tre o quattro bicchieri di acqua di mare al giorno, non solo non è pericoloso ma è un ottimo e importante ausilio alla sopravvivenza dei naufraghi. Bisogna però incominciare a berla da subito e non attendere che i reni e l'organismo siano sovraccarichi e debilitati e non siano, quindi, più in grado di eliminare il sale in eccesso. Comunque si deve riuscire a bere al più presto anche altri liquidi non salati, ricavandoli dall'acqua piovana, dai pesci e dalla distillazione dell'acqua di mare, come vedremo tra poco. Infatti se si beve solo acqua di mare per più di cinque giorni consecutivi, il rischio di morte per nefrite diviene nuovamente molto alto.

Ad ogni modo, vi avviso che l'acqua di mare può avere un forte effetto lassativo e, quindi, potrebbe non essere consigliabile per tutti. Ma in genere, se si insiste a berla per qualche giorno, viene alla fine ben accettata dall'organismo. Forse sarebbe quindi saggio, per i marinai, abituarsi a berne un po' ogni giorno. Molti lo fanno e la trovano anche una benefica e salutare abitudine.

Spesso in mare, specialmente ai tropici, piove forte e quindi la raccolta dell'acqua piovana, anche con un semplice telo impermeabile, è in genere un'ottima e facile fonte di acqua potabile. Un telo sufficientemente grande per potersi riparare dal sole e dalla pioggia è inoltre un aiuto molto importante per la sopravvivenza dei naufraghi e, infatti, tutte le zattere autogonfianti sono dotate di una copertura che ha anche delle grondaiette per raccogliere la pioggia.

Esistono distillatori di plastica, gonfiabili, che sfruttano il calore del sole e possono essere facilmente ripiegati e stivati insieme ai bidoni di acqua, viveri e attrezzature di emergenza. Comunque è sempre possibile costruirne uno purché si disponga di un telo di plastica trasparente, che deve però essere resistente ai raggi ultravioletti (si trovano dai fornitori di prodotti agricoli, perché si usano per costruire le serre).

Le zattere autogonfiabili sono fatte per restare in balia del vento e della corrente in attesa dei soccorsi e non sono, quindi, per nulla adatte alla navigazione; hanno infatti la forma più o meno quadrata, il fondo floscio e delle tasche sotto il fondo che si riempiono di acqua per stabilizzare il natante.

In effetti, con lo sviluppo dell'elettronica, oggi si possono acquistare con cifre relativamente modeste radio piccole e impermeabili, che trasmettono automaticamente segnali di richiesta di soccorso che possono raggiungere, oltre che le stazioni a terra, anche aerei, navi e satelliti artificiali; quindi, di solito, si può contare su un aiuto rapido ed efficace; ma chi gira per il mondo si può trovare in zone poco frequentate, dove i sistemi di rilevamento e soprattutto l'organizzazione dei salvataggi sono ancora inesistenti.

Un naufrago che sa come continuare a navigare, anche su una zattera o su un canotto, ha comunque molte più probabilità di salvarsi, raggiungendo con i suoi mezzi la terra.  


Tratto da Nautica 



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