Wednesday, June 26, 2013

Corrispondenze Ribelli

Dalla Turchia in questi ultimi giorni il potere ha tirato fuori le unghie. Dopo aver deliberatamente usato un altissimo livello di violenza nello sgombero di sabato (utilizzo di gas nei cannoni ad acqua, caccia all'uomo, attacco dell'albergo utilizzato come ospedale...), ha annunciato il dispiego di unità di poliziotti e di gendarmi rimpatriati dal Kurdistan ad Istanbul.

Erdogan elogia la polizia, i servizi segreti indagano sul ‘complotto straniero’. Altri 20 attivisti arrestati per 'terrorismo' mentre un tribunale scarcera il poliziotto che ad Ankara aveva sparato ad un manifestante, uccidendolo. Non si ferma l’escalation repressiva lanciata dal governo Erdogan contro le opposizioni e gli attivisti del movimento di protesta manifestatosi nelle strade turche a partire dalla difesa del Gezi Park di Istanbul. 


Il clima è quello di una sempre pesante caccia alle streghe. Dopo lo sgombero violento di Gezi Park e di Piazza Taksim a Istanbul, il governo ha impresso un nuovo giro di vite nel paese e gridando al complotto esterno per giustificare la repressione contro forze politiche e movimenti sociali contrari al suo regime. A sostegno dell’accusa lanciata da Erdogan secondo il quale contro la Turchia è in atto un complotto internazionale, lo stesso che avrebbe preso di mira anche il Brasile.


Dal Brasile assistiamo per le strade al più grande lascito della Coppa delle Confederazioni. Grazie Fifa. I ministri e i media, stupefatti, dicono di non comprendere il senso di questa rivolta. Isolati nel loro paradiso artificiale, hanno paura di affrontare il paese.

È da almeno una decina d'anni che spero avvengano cose del genere. Il giorno è arrivato. «Ogni notte - ci sono delle aurore, e raggi di luce - nelle tenebre». «Il Brasile si è risvegliato», questa frase si può leggere sui cartelli di molte manifestazioni. Svegliarsi per sognare. 
L'insonnia di coloro che attaccano è assai più piacevole di quella dei difensori della vecchia fortezza.

Le classi dominanti e reazionarie, in mezzo all'incubo della strada, espongono la loro strategia per liquidare il movimento. La scorsa settimana abbiamo visto gli attacchi velenosi dei loro portavoce. Arnaldo Jabor ci ha detto che questa gioventù non vale nulla, Luis Datena ci ha trattato da vandali e insorti. È diventato chiaro che la repressione non ha fatto che aumentare la ribellione, e il discorso è cambiato. Ieri, Jabor ha parlato di una generazione che ha idee; Datena ha detto a CQC (trasmissione umoristica) che nonostante sia nel giornalismo poliziesco, la sua specialità sono i diritti umani.
Che cambiamento in una sola settimana!

Adesso gli «esperti in sicurezza» vengono promossi in esperti in manifestazioni. Siamo abituati a vedere trasmissioni su come comportarsi nel corso di colloqui di lavoro. Ma è una novità sentire giornalisti dei loro media darci lezioni su cosa dovremmo fare, o non fare, nelle nostre manifestazioni.
Gli stessi che ci infangano vogliono oggi darci lezione. E la lezione ci viene ripetuta fino alla noia, con accanimento, in tutti i media: «le manifestazioni devono essere pacifiche», «è bello vedere persone vestite di bianco», «la maggioranza dei giovani vogliono la pace, solo un piccolo gruppo di manifestanti radicali ha lanciato pietre contro la polizia».


Il discorso di pace, signori, è arrivato troppo tardi. Perché voi, giornalisti delle redazioni, non avete incoraggiato la polizia antisommossa a vestirsi di bianco durante l'eliminazione delle favelas per i lavori della Coppa del mondo a Rio de Janeiro? E perché la forza di sicurezza nazionale del governo di Rousseff non è venuta a portare fiori ai lavoratori in rivolta di Jira? E perché mai la polizia federale non avrebbe dovuto reintegrare i responsabili dell'assassinio degli indiani Terena del Mato Grosso del Sud? «Di un fiume che trascina tutto si dice che sia violento, ma nessuno parla della violenza degli argini che lo comprimono».

Il discorso di pace di Datena è dantesco. Non ingannatevi, perché quei signori e quelle signore saranno gli stessi che chiederanno punizioni esemplari per i manifestanti radicali. La classe operaia conosce la furia sanguinaria della reazione borghese. Durante la Comune di Parigi, i rivoluzionari hanno pagato caro di non aver schiacciato la classe dirigente sconfitta. Ventimila persone sono stare uccise quando la borghesia ha ripreso la capitale francese.

La contro-propaganda che difende le manifestazioni pacifiche mira a rendere sterile la nostra rivolta. Arrivano a dire: «le manifestazioni ordinate sono uno schiaffo in faccia ai politici, perché non hanno nessuna scusa per reprimerci». Le persone non hanno bisogno di manifestazioni per venire represse, basta essere poveri, neri e delle favela, per essere minacciati tutti i giorni dalla violenza della polizia del vecchio Stato.


Affermare che le manifestazioni pacifiche siano più «efficaci» è una stronzata. Andare nelle strade semplicemente non basta. Prendiamo l'esempio delle manifestazioni di "Diretas Jà" del 1984. Milioni di persone sono scese in strada alla fine del regime militare per reclamare elezioni presidenziali dirette. Tutti gli incontri diretti si sono svolti in maniera ordinata e pacifica. Uno schiaffo in faccia alla dittatura, avrebbero detto gli esperti delle manifestazioni odierne. Il risultato? Una disfatta per il popolo. Malgrado le folle per le strade, l'emendamento è stato respinto dal Congresso nazionale e Tancredo Neves è stato eletto presidente grazie al voto indiretto di un collegio elettorale.


«La violenza è la saggia donna della storia». Perché la violenza del popolo è resistenza. Perché la «ribellione è giustificata». E perché se le manifestazioni si diffondono in tutto il paese non è per il vile attentato del fascista Alckmin PM. È la reazione violenta della gioventù, i vetri infranti, le banche saccheggiate, gli autobus bruciati. La storia viene riscritta nei graffiti sui monumenti del passato. Giovani urlanti delle tribù danzano attorno a un'automobile in fiamme. Siamo guarani-Kaiowa, Terena, tapeba, Mundruruku. Siamo il popolo brasiliano, «ce ne fottiamo della Coppa del Mondo!».

È solo l'inizio, l'inizio di una lunga saga per la nostra libertà. Che gioia vivere questo momento. È ora di smetterla, perché sono tutti nelle strade e hanno bisogno anche di me. «Il mio nome è sommossa, ed è inciso sulla pietra».


E se all'improvviso...

Dopo la Svezia, la Turchia; dopo la Turchia, il Brasile. D'un tratto, per un motivo qualsiasi, nulla è più come prima. La rabbia prende il posto della passività, il coraggio ha la meglio sulla paura. Centinaia, migliaia, milioni di esseri umani scendono a portare il disordine nelle strade. Così, all'improvviso, in maniera del tutto imprevedibile fino a poche ore prima. Senza il viatico di nessuna organizzazione rivoluzionaria, senza bisogno di militanti che abbiano preventivamente indottrinato e addestrato.

Nella vecchia Europa come nei paesi emergenti, gli esempi si moltiplicano e riscaldano il cuore. La domanda frulla inevitabile in testa. Ma allora, dopo Francia e Inghilterra di qualche anno fa, dopo queste rivolte scoppiate oggi, quando toccherà a noi? Forse domani, motivo per cui sarebbe sensato essere pronti. Forse mai, motivo per cui sarebbe ancora più sensato sapere un minimo cosa fare. Un minimo, nessun programma dettagliato su cui giurare. Ma nemmeno il più totale abbandono al flusso della situazione in atto.

La sommossa moderna è una botta di adrenalina, può dare euforia, ma come tutte le vampate termina presto. La sua «irragionevolezza» come la sua brevità la rendono sospetta allo sguardo occhiuto di certi scaltri teorici. Non si tratterà solo di uno sfogo momentaneo, concesso dal potere unicamente per dare un po' di sollievo in vista di un nuovo e peggiore sfruttamento? Non sarà come la ricreazione per gli scolari, dieci minuti di pausa prima di tornare ai compiti in classe? E questo genere di ragionamenti irritano i compagni più ormonali, i quali viceversa non vedono l'ora di buttarsi nella mischia. Chi se ne frega delle vostre teorie; scontri, scontri, vogliamo gli scontri, assaporare il piacere della battaglia.


Lo ammettiamo: nulla ci è più estraneo del sospetto ponderato quanto l'entusiasmo muscolare. Il primo non prende minimamente in considerazione la possibilità che quella tregua concessa possa diventare una libertà strappata. Il secondo, più che un'occasione di liberazione, considera una sommossa unicamente come una palestra. Ma è davvero tutto qui? A nostro avviso, no. 


Innanzitutto, sarebbe davvero un errore colossale reintrodurre nel nostro cervello la speranza in un determinismo, un meccanismo storico oggettivo che agisce al nostro posto. Che la sommossa possa scoppiare presto anche qui da noi è una ipotesi che non ha certezze. Inutile sedersi nell'attesa che arrivi. Ma poi, se davvero non vogliamo farci trovare impreparati, meglio liberarci sia dei dubbi paralizzanti che dei riflessi incondizionati.

La sommossa è una ricreazione, voluta e decisa dai nostri maestri e padroni? Può anche darsi, ma è un falso problema. In quei dieci minuti di scatenamento, tutto diventa possibile. Anziché correre a giocare a pallone, primo impulso di tutti gli altri scolari, perché non agire per far prolungare la pausa? Perché non tentare di rendere impossibile il ritorno in classe? Dov'è la campanella? Si potrebbe romperla, così il suo suono non riporterà più l'ordine. Se tutti sono in cortile, controllati e controllori, perché non chiudere e bloccare le porte? In quei momenti di confusione, si possono allagare i corridoi? Si possono rubare i registri? I pannelli elettrici, dove sono i pannelli elettrici? Cos'altro si può fare per non dover, per non poter più tornare in classe? Meglio pensarci adesso, meglio discuterne adesso, meglio conoscere adesso i segreti dell'edificio, meglio procurarsi adesso gli strumenti necessari. Così, quando la campanella suonerà, saremo pronti. 

Resisteremo alla tentazione di fare come tutti gli altri, di andare in giro a correre e gridare - abbiamo altro e di meglio da fare. Perché, se la sommossa è l'imprevisto che spezza la normalità di un esistente sotto il dominio dell'autorità e del denaro, noi possiamo cercare di creare l'imprevisto che spezza la momentaneità di una sommossa sotto il recupero dell'autorità e del denaro.


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