Se si fossero limitati a ciò, sarebbe stato poco male, in quanto che i danneggiati, adottando i sistemi dei loro predoni, avrebbero potuto, forse, riconquistare i beni perduti, rivalendosi magari sugli altri.
Il vero male sorse invece allorquando detti predoni, per consolidare e aumentare i prodotti del furto, costituirono l'autorità e pretesero di dettar leggi al mondo e precisamente a coloro che erano stati da essi usurpati. Si ebbero, in tal modo, da una parte i tiranni e dall'altra gli schiavi.
Contro tale principio insorsero dei filosofi, che sentenziarono: «La proprietà è un furto»; ad essi fecero coro migliaia e migliaia di schiavi auspicanti alla libertà e alla eguaglianza, e che si divisero in scuole e partiti con a capo dei pastori, i quali vanno ripetendo - fino ad addormentare il pubblico per la noia che arrecano - i loro discorsi sui diritti e doveri dei lavoratori, sull'umanitarismo, sull'altruismo, sulla giustizia, sulla solidarietà, sulla fratellanza, sull'eguaglianza, sulla libertà, ecc., ecc., e, come se dovessero costruire un edificio, tracciano il disegno della società futura, fra gli sguardi inebetiti dei poveri e il sorriso ironico dei ricchi.
Codesti discorsi sentimentali sono delle geremiadi, che sembra vogliano convincere i proprietari a rinunciare ai loro beni a vantaggio dell'umanità derelitta. Ma i ricchi sono sordi, non si commuovono e, sopratutto, sono forti, perché dispongono dei gendarmi, dei preti, dei moralisti e dei social riformisti più o meno verniciati di rivoluzionarismo; anzi i ricchi, vedendo che il popolo si contenta di fare dei piagnistei e che si lascia abbindolare dai cattivi pastori, diventano sempre più spavaldi ed aggressivi, e, come se non bastasse loro la violenza delle autorità regie o repubblicane, assoldano delle bande armate per la difesa dei loro capitali.
La rivoluzione, per demolire i presenti e futuri organismi di oppressione e di sfruttamento, non si compie a date fisse sulle barricate, bensì si esplica ogni ora, ogni momento nei molteplici assalti contro la società, per opera degli individui spregiudicati e ribelli.
I primi proclamarono solennemente: «La proprietà è frutto del lavoro e del risparmio ed è sacra ed inviolabile». E la difesa dell'ipocrita principio della proprietà sacra e inviolabile venne affidata a tre losche figure che imperano ancora: il gendarme - sinonimo della brutalità e della ferocia -, il prete e il moralista, che personificano la menzogna.
Contro tale principio insorsero dei filosofi, che sentenziarono: «La proprietà è un furto»; ad essi fecero coro migliaia e migliaia di schiavi auspicanti alla libertà e alla eguaglianza, e che si divisero in scuole e partiti con a capo dei pastori, i quali vanno ripetendo - fino ad addormentare il pubblico per la noia che arrecano - i loro discorsi sui diritti e doveri dei lavoratori, sull'umanitarismo, sull'altruismo, sulla giustizia, sulla solidarietà, sulla fratellanza, sull'eguaglianza, sulla libertà, ecc., ecc., e, come se dovessero costruire un edificio, tracciano il disegno della società futura, fra gli sguardi inebetiti dei poveri e il sorriso ironico dei ricchi.
Codesti discorsi sentimentali sono delle geremiadi, che sembra vogliano convincere i proprietari a rinunciare ai loro beni a vantaggio dell'umanità derelitta. Ma i ricchi sono sordi, non si commuovono e, sopratutto, sono forti, perché dispongono dei gendarmi, dei preti, dei moralisti e dei social riformisti più o meno verniciati di rivoluzionarismo; anzi i ricchi, vedendo che il popolo si contenta di fare dei piagnistei e che si lascia abbindolare dai cattivi pastori, diventano sempre più spavaldi ed aggressivi, e, come se non bastasse loro la violenza delle autorità regie o repubblicane, assoldano delle bande armate per la difesa dei loro capitali.
A me i discorsi piacciono assai poco e tanto meno quelli sentimentali e retorici; a me non importa sapere se la proprietà sia il prodotto del lavoro o del furto; non faccio considerazioni sul diritto e sulla giustizia, né mi preme di suscitare sentimenti di umanità. Io so che debbo vivere la mia vita più agiatamente e più liberamente che mi è possibile, e cerco di procurarmi i mezzi all'uopo necessari.
«Il diritto alla vita non si mendica, ma si prende», per cui io dico ai miei compagni: viviamo più anarchicamente che possiamo, senza attendere il ritardatario sol dell'avvenire, che per noi anarchici avrà sempre raggi poco salutari.
La società ci considera giustamente nemici, perciò non cerchiamo nessuna via di riconciliazione, rifiutiamo i mezzi di lotta che essa ci offre - mezzi per le lotte politiche e sindacali - e scegliamo da noi i nostri mezzi, e siano questi adeguati al difficile compito che ci proponiamo, superiori a quelli adottati dal nostro nemico. Accettiamo la sfida e combattiamo senza tregua né quartiere, per conseguire la vittoria subito e non nell'anno duemila.
La forza si abbatte con la forza, la violenza con la violenza, la proprietà con l'espropriazione. Io do all'espropriazione individuale la massima importanza rivoluzionaria, il più alto significato sovvertitore. Essa significa: ribellione pratica ed efficace contro il sistema di sfruttamento perpetrato dagli oziosi e dai gaudenti a danno dei lavoratori; conquista del diritto alla vita, alla gioia e alla libertà, poiché la società calpesta soltanto i poveri; vendetta contro i detentori della proprietà e contro le istituzioni sociali.
Anzi il moltiplicarsi delle espropriazioni individuali costituisce una vera e profonda disgregazione sociale; e il rivoluzionarismo e l'anarchismo - oggi più che mai, di fronte alla tracotanza del partito socialista che pretende d'imporre la sua dittatura - non hanno ragione di essere e di manifestarsi se non come tendenze essenzialmente anti-sociali.
La rivoluzione, per demolire i presenti e futuri organismi di oppressione e di sfruttamento, non si compie a date fisse sulle barricate, bensì si esplica ogni ora, ogni momento nei molteplici assalti contro la società, per opera degli individui spregiudicati e ribelli.
È necessario rovesciare e distruggere tutti i princìpi che sorreggono la società così detta civile; e l'espropriazione dei singoli, mentre da un lato avvelena l'esistenza dei ricchi, che si sentono soffocare sotto il peso delle ricchezze in pericolo, dall'altro mina dalle fondamenta l'edificio sociale e morale.
L'espropriazione individuale sistematica dei ribelli e dei forti, la violazione irriverente dei princìpi dominanti - religiosi, autoritari e morali -, la profanazione iconoclastica di tutto ciò che è ritenuto sacro e inviolabile, costituiscono il fondamento della critica rivoluzionaria ed anarchica, la ragione di essere dell'anarchismo antisocialista.
Per cui noi, essendo anarchici, insorgiamo contro la crociata degli umanitaristi a buon mercato, degli altruisti bottegai, che con impiastri pretendono di guarire la putredine sociale.
Coloro che approvano la rivoluzione e l'espropriazione collettiva - di là da venire - e ripudiano l'espropriazione individuale, anziché dei rivoluzionari sono sacrestani della monarchia. Parlino essi di riformismo - magari antiparlamentare - ma non di rivoluzione e tanto meno di anarchismo.
L'esempio d'azione di Giulio Bonnot [1] - per citare un solo nome - vale, per me, assai più di tutte le predicazioni rivoluzionarie degli anarchici socialisti.
Di ciò convinto, io mi rivolgo, non al gregge che non vuol comprendermi, ma agli uomini dotati di forte volontà, e dico loro: in attesa dell'Apocalisse, compiamo la nostra rivoluzione espropriatrice, per conseguire il nostro benessere e la nostra libertà.
Erinne Vivani - 1920
Fonte
Erinne Vivani - 1920
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A fare di Bonnot una figura leggendaria non è solo la sua carriera di rapinatore, per altro breve, che si esaurì in un'unica impresa di un certo rilievo. E' il momento storico in cui visse, a cavallo fra l'800 e il 900, un'epoca piena di stimoli e di contraddizioni, dove un giovanotto sveglio poteva sprofondare nella miseria più nera e ritrovarsi a quindici anni a lavorare in fonderia, ma anche imparare il mestiere di meccanico e arrivare a fare da autista a Sir Arthur Conan Doyle. E' il suo legame con il movimento anarchico francese, che verrà criminalizzato e decapitato nella violenta repressione che seguirà la caccia alla banda Bonnot.
La Banda Bonnot nasce in un contesto storico, quello dell'Europa e della Francia dei primi anni ’10 del XX° secolo, in cui le promesse rivoluzionarie ottocentesche stentavano a concretizzarsi. È un epoca in cui la CGT (sindacato francese) inizia la deriva riformista e per gli anarchici era difficile trovare e poi mantenere un lavoro, anche a causa delle leggi sempre più repressive che i governi via via promulgavano; un'epoca in cui in Francia non si erano ancora spenti gli echi propagandistici dell'anarco-individualista Albert Libertad (1875-1908):
Il 31 gennaio 1912, a Gand, in Belgio, Edouard Carouy, Octave Garnier e Jules Bonnot tentarono un nuovo furto di automobile. Lo stesso giorno Victor Serge e la compagna Rirette Maitrejean vennero arrestati con l'accusa di complicità ideologica con gli esponenti della banda (cosa inverosimile visti i pessimi rapporti tra i due gruppi, anche se non mancarono gli atti di solidarietà in nome della fratellanza anarchica).
Il 27 febbraio 1912, a Saint-Madé, Raymond Callemin, Octave Garnier e Jules Bonnot furono fermati da un poliziotto, che di cognome faceva incredibilmente Garnier, mentre erano intenti a rubare un'automobile. Il gruppo reagì per evitare l'arresto e il poliziotto fu assassinato proprio da Octave Garnier. Il giorno seguente i tre assaltarono la casa d'un notaio e ne nacque l'ennesima sparatoria. (Incredibilmente, durante il successivo processo a carico della banda, Eugene Dieudonné sarà indicato da Caby come il responsabile del suo ferimento durante la rapina del 21 dicembre, fatto non rispondente al vero giacché egli mai partecipò alle azioni della Banda Bonnot).
Il 25 marzo 1912, René Valet, Etienne Monier, André Soudy, Jules Bonnot, Octave Garnier e Raymond Callemin, mentre erano diretti a Chantilly, rubarono una Limousine Dion-Bouton. Uno dei due occupanti fu ucciso per aver cercato di respingere gli assalitori. Lo stesso giorno, con quella macchina, rapinarono la locale succursale della Société Générale di Parigi: quarantanovemila franchi il bottino ottenuto, oltre a due impiegati morti (uno rimase seriamente ferito) durante la sparatoria scatenatasi dentro e fuori la sede della Banca (Soudy era l'unico del gruppo rimasto fuori nella Piazza a tenere a bada la folla con il suo fucile). Al colpo avrebbe dovuto partecipare anche Edouard Carouy, ma qualche giorno prima era stato vittima di un infortunio mentre maneggiava la sua stessa pistola e fu quindi scelto di tenerlo a riposo in un rifugio sicuro, anche se gli fu promessa ugualmente la sua fetta di bottino.
«Non aspettare la rivoluzione: quelli che promettono la rivoluzione sono buffoni come gli altri. Fai tu stesso la tua rivoluzione. Essere uomini liberi, vivere da compagni»
È in questo clima che alcuni giovani anarchici francesi, molti dei quali intrisi di rigorosi dogmi scientifici (si pensi a Raymond Callemin, detto Raymond la Science, che si opponeva a qualsiasi sentimentalismo in nome di un rigorosissimo razionalismo), scelsero di intraprendere una lotta disperatamente illegalista e fondamentalmente suicida (erano ben consapevoli che la strada illegalista li avrebbe ragionevolmente condotti alla morte) contro il capitale e la società intera.
È in questo clima che alcuni giovani anarchici francesi, molti dei quali intrisi di rigorosi dogmi scientifici (si pensi a Raymond Callemin, detto Raymond la Science, che si opponeva a qualsiasi sentimentalismo in nome di un rigorosissimo razionalismo), scelsero di intraprendere una lotta disperatamente illegalista e fondamentalmente suicida (erano ben consapevoli che la strada illegalista li avrebbe ragionevolmente condotti alla morte) contro il capitale e la società intera.
Le azioni della Banda, che generalmente agiva durante il giorno poiché si proponeva anche lo scopo di terrorizzare la società capitalista, sorprendendo tutti per l'audacia e la sfrontatezza:
Il 14 dicembre 1911, Bonnot, Garnier e Raymond la Science rubarono una Delaunay-Belleville da utilizzare in una prima rapina.
Il 21 dicembre 1911, alle 9:00 della mattina, gli stessi tre uomini assaltarono in automobile i portavalori della banca Société Générale, in via Ordener a Parigi. Fu quella la prima volta che un'automobile venne utilizzata per una rapina bancaria; ne scaturì un conflitto a fuoco, Octave Garnier ferì gravemente un addetto al servizio del portavalori, tale Ernest Caby, ma il totale del bottino ammontò solo a 5000 franchi e a titoli vari difficilmente smerciabili. (Callemin portò parte dei titoli all'anarchico belga De Boe nella speranza che questi riuscisse a convertirli in denaro contante. In seguito David Bellonie e Rodriguez provarono a smerciarne un'altra parte ad un usuraio parigino, che però li "ringraziò" spifferando tutto alla polizia. L'aver aiutato la banda Bonnot costò a De Boe, Bellonie e Rodriguez una successiva incriminazione per complicità e il processo insieme agli esponenti principali della banda).
Tutta una serie di azioni vennero attribuite alla banda, alcune delle quali erano state effettivamente compiute da loro, ma altre no (es. il 3 gennaio 1912, a Thiais, due anziani furono rapinati e trucidati nella loro casa. Vennero accusati dell’efferato omicidio due frequentatori dell’Idée Libre, Marius Metge, che fu arrestato insieme alla compagna, ed Edouard Carouy, che si diede invece alla latitanza e negherà sempre la propria colpevolezza).
Il 21 dicembre 1911, alle 9:00 della mattina, gli stessi tre uomini assaltarono in automobile i portavalori della banca Société Générale, in via Ordener a Parigi. Fu quella la prima volta che un'automobile venne utilizzata per una rapina bancaria; ne scaturì un conflitto a fuoco, Octave Garnier ferì gravemente un addetto al servizio del portavalori, tale Ernest Caby, ma il totale del bottino ammontò solo a 5000 franchi e a titoli vari difficilmente smerciabili. (Callemin portò parte dei titoli all'anarchico belga De Boe nella speranza che questi riuscisse a convertirli in denaro contante. In seguito David Bellonie e Rodriguez provarono a smerciarne un'altra parte ad un usuraio parigino, che però li "ringraziò" spifferando tutto alla polizia. L'aver aiutato la banda Bonnot costò a De Boe, Bellonie e Rodriguez una successiva incriminazione per complicità e il processo insieme agli esponenti principali della banda).
Tutta una serie di azioni vennero attribuite alla banda, alcune delle quali erano state effettivamente compiute da loro, ma altre no (es. il 3 gennaio 1912, a Thiais, due anziani furono rapinati e trucidati nella loro casa. Vennero accusati dell’efferato omicidio due frequentatori dell’Idée Libre, Marius Metge, che fu arrestato insieme alla compagna, ed Edouard Carouy, che si diede invece alla latitanza e negherà sempre la propria colpevolezza).
Il 31 gennaio 1912, a Gand, in Belgio, Edouard Carouy, Octave Garnier e Jules Bonnot tentarono un nuovo furto di automobile. Lo stesso giorno Victor Serge e la compagna Rirette Maitrejean vennero arrestati con l'accusa di complicità ideologica con gli esponenti della banda (cosa inverosimile visti i pessimi rapporti tra i due gruppi, anche se non mancarono gli atti di solidarietà in nome della fratellanza anarchica).
Il 27 febbraio 1912, a Saint-Madé, Raymond Callemin, Octave Garnier e Jules Bonnot furono fermati da un poliziotto, che di cognome faceva incredibilmente Garnier, mentre erano intenti a rubare un'automobile. Il gruppo reagì per evitare l'arresto e il poliziotto fu assassinato proprio da Octave Garnier. Il giorno seguente i tre assaltarono la casa d'un notaio e ne nacque l'ennesima sparatoria. (Incredibilmente, durante il successivo processo a carico della banda, Eugene Dieudonné sarà indicato da Caby come il responsabile del suo ferimento durante la rapina del 21 dicembre, fatto non rispondente al vero giacché egli mai partecipò alle azioni della Banda Bonnot).
Il 25 marzo 1912, René Valet, Etienne Monier, André Soudy, Jules Bonnot, Octave Garnier e Raymond Callemin, mentre erano diretti a Chantilly, rubarono una Limousine Dion-Bouton. Uno dei due occupanti fu ucciso per aver cercato di respingere gli assalitori. Lo stesso giorno, con quella macchina, rapinarono la locale succursale della Société Générale di Parigi: quarantanovemila franchi il bottino ottenuto, oltre a due impiegati morti (uno rimase seriamente ferito) durante la sparatoria scatenatasi dentro e fuori la sede della Banca (Soudy era l'unico del gruppo rimasto fuori nella Piazza a tenere a bada la folla con il suo fucile). Al colpo avrebbe dovuto partecipare anche Edouard Carouy, ma qualche giorno prima era stato vittima di un infortunio mentre maneggiava la sua stessa pistola e fu quindi scelto di tenerlo a riposo in un rifugio sicuro, anche se gli fu promessa ugualmente la sua fetta di bottino.
Dopo le ultime rapine le maglie della polizia si strinsero sempre più intorno alla banda, il governo si appellò al popolo affinché rispolverasse l'amor di patria contro gli anarchici, ritenuti i primi nemici da sconfiggere. Per alcuni militanti dell'Idée Libre non ci fu scampo, vennero fermati e accusati di qualsiasi crimine compiuto durante quel periodo. Jules Bonnot, in fuga, trovò prima ospitalità ad Ivry (24 aprile 1912) nella casa di un amico di Elie Monnier, l'anarchico Antoine Gauzy. Il giorno seguente in casa Gauzy irruppe la polizia e ne nacque uno scontro a fuoco. Il commissario che comandava le azioni (il vice direttore della Sûreté, Jouin) morì nei tumulti, mentre Bonnot, ferito, continuò la sua fuga. Ma anche per lui le ore erano oramai contate.
Nei giorni seguenti chiese e ricevette ospitalità dal meccanico-anarchico Joseph Dubois, l'unico che in quel momento poteva farlo. Scovato anche questo rifugio, domenica 28 aprile la casa di Dubois fu assaltata in forze dalla polizia, dalla Guardia repubblicana e da alcuni volontari (il tutto sotto gli occhi di alcuni cameramen della polizia): Dubois rimase ucciso immediatamente; Jules morì dopo aver provato inutilmente a resistere.
Il 28 febbraio la giuria emise le seguenti sentenze:
Le esecuzioni
Suicidatosi Carouy e convertita la pena dell’innocente Dieudonné ai lavori forzati a vita, il 21 aprile 1913 furono eseguite le condanne a morte di Callemin, Soudy e Monier:
Alla figura di Bonnot sono stati dedicati film "La banda Bonnot" nel '69, libri, ballate e inni. Nel 2001 la casa editrice Feltrinelli ha riproposto un libro di Pino Cacucci - già uscito nel 1994 per Longanesi - che, pur essendo un romanzo, ricostruisce fedelmente la storia attraverso le cronache dell'epoca e i verbali della polizia. "In ogni caso nessun rimorso": il titolo riprende una delle ultime frasi scritte da Bonnot.
Nei giorni seguenti chiese e ricevette ospitalità dal meccanico-anarchico Joseph Dubois, l'unico che in quel momento poteva farlo. Scovato anche questo rifugio, domenica 28 aprile la casa di Dubois fu assaltata in forze dalla polizia, dalla Guardia repubblicana e da alcuni volontari (il tutto sotto gli occhi di alcuni cameramen della polizia): Dubois rimase ucciso immediatamente; Jules morì dopo aver provato inutilmente a resistere.
Prima di morire, mentre bombe e proiettili distruggevano lentamente la casa di Dubois, decise di scrivere una sorta di testamento in cui scagionava la signora Thollon (la donna di cui si era innamorato e che era stata arrestata pur non facendo parte della banda), Antoine Gauzy ed Eugène Dieudonné, riportando inoltre le motivazioni che lo avevano portato ad una scelta tanto radicale di vita:
«Era la felicità che avevo inseguito per tutta la vita, senza esser capace neppure di sognarla. L’avevo trovata, è scoperto che cosa fosse. La felicità che mi era sempre stata negata, avevo il diritto di viverla quella felicità. Non me lo avete concesso. E allora, è stato peggio per me, peggio per voi, peggio per tutti. Dovrei rimpiangere ciò che ho fatto? Forse. Ma non ho rimorsi. Rimpianti sì, in ogni caso nessun rimorso…»
Per gli altri esponenti della banda ugualmente il destino era segnato:
Il 15 maggio 1912, Octave Garnier e René Valet morirono durante il violento assalto delle forze dell'ordine e dell'esercito (a suon di bombe e cariche di dinamite) alla casa in cui i due si nascondevano. Tutti gli altri illegalisti furono arrestati, accusati indistintamente d'appartenenza alla Banda Bonnot (in qualche caso senza prove alcune, come Dieudonné che era effettivamente innocente) furono processati a partire dal 3 febbraio 1913.
Per gli altri esponenti della banda ugualmente il destino era segnato:
Il 15 maggio 1912, Octave Garnier e René Valet morirono durante il violento assalto delle forze dell'ordine e dell'esercito (a suon di bombe e cariche di dinamite) alla casa in cui i due si nascondevano. Tutti gli altri illegalisti furono arrestati, accusati indistintamente d'appartenenza alla Banda Bonnot (in qualche caso senza prove alcune, come Dieudonné che era effettivamente innocente) furono processati a partire dal 3 febbraio 1913.
Raymond Callemin, Eugene Dieudonné (in seguito graziato e condannato ai lavori forzati, evaderà dalla detenzione in Guiana), Etienne Monier e André Soudy: condanna a morte;
Edouard Carouy e Marius Metge: lavori forzati a vita;
Victor Serge e Rirette Maitrejean : 5 anni al primo, assolta la seconda;
Antoine Gauzy: 18 mesi
Judith Thollon: 4 anni;
Personaggi minori (Georges Dettwiller, Bellonie, Crozat de Fleury, Benard, ecc.): tra i 4 e i 6 anni.
Edouard Carouy e Marius Metge: lavori forzati a vita;
Victor Serge e Rirette Maitrejean : 5 anni al primo, assolta la seconda;
Antoine Gauzy: 18 mesi
Judith Thollon: 4 anni;
Personaggi minori (Georges Dettwiller, Bellonie, Crozat de Fleury, Benard, ecc.): tra i 4 e i 6 anni.
Le esecuzioni
Suicidatosi Carouy e convertita la pena dell’innocente Dieudonné ai lavori forzati a vita, il 21 aprile 1913 furono eseguite le condanne a morte di Callemin, Soudy e Monier:
Dieudonné, l’innocente riconosciuto innocente, graziato, vale a dire mandato in galera a vita [...] evase parecchie volte..raggiunse il Brasile. Raymond diede prova, nella sua cella di condannato a morte, di tanta fermezza che non gli nascosero la data dell’esecuzione. L’attese leggendo. Davanti alla ghigliottina scorse il gruppo dei reporter e grido loro: "È bello, eh?". Soudy chiese all’ultima ora un caffè e dei croissants […] evidentemente era troppo presto, non gli trovarono che un po’ di caffè nero. “Scalognato” disse, “fino in fondo”. Veniva meno per la paura nervosa, dovettero sostenerlo per le scale, ma si dominava e canticchiò, vedendo il biancore del cielo al di sopra dei castagni, un’aria di romanza di strada: "Salute, o mio ultimo mattino"…Il taciturno Monnier, folle di angoscia, si dominò e fu calmo.
Inno Insurrezionalista dedicato alla Banda Bonnot



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